La civiltà della Dea di Marija Gimbutas

La danza dei cicli vitali ne “La civiltà della Dea” di Marija Gimbutas

di Luisa Spagna

 

 

Marija Gimbutas

La civiltà della dea, vol. I

Traduzione e cura di Mariagrazia Pelaia
Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2012-13

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La civiltà della dea. Il mondo dell’antica Europa, vol. II

Traduzione e cura di Mariagrazia Pelaia
Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2012-13

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Alcuni anni fa, ispirata dagli studi sulla dea, decisi di coreografare la trilogia Matrika composta da Shakti – Matrika – Shekara. I nomi delle tre danze erano in sanscrito – il loro significato è traducibile come Principio Femminie Originario, Madre cosmica, Dea Serpente – ma nei contenuti la mia principale fonte di ispirazione erano gli studi di Marija Gimbutas.

Nella performance, la Natura, che si manifesta nel ciclo vitale come Dea nei tre aspetti di Dea generativa, Dea della Morte, Dea della rigenerazione, era rappresentata in tre episodi nei quali i colori bianco, rosso e nero sottolineavano il passaggio da una fase all’altra. La danza piena d’amore di una madre vestita di rosso, dopo aver generato le cose intorno a sé, si trasformava nella danza della forza distruttiva della Natura – rappresentata dal colore bianco – nella quale fiori e foglie venivano voracemente rimangiati da colei che li aveva generati. Un serpente nero, colore della fertilità e della madre terra, riemergeva con forza vitale dai resti del pasto mortifero per ridare vita all’esistenza rigenerandola.

Spirali, segni a V e X, meandri, zigzag, puntini, svastiche, cerchi e altro ancora, che avevo osservato e studiato nei libri della Gimbutas venivano riprodotti nelle forme geometriche del mio corpo e nella composizione coreografica secondo i principi della coreutica indiana e reinterpretati secondo gli studi di archeomitologia.
Nell’archeologia di Marija Gimbutas la linguistica, il folclore e l’etnologia sono intrecciati e guidano in un percorso a ritroso nella storia del mondo, fino alle prime luci dell’alba in cui nacquero le prime civiltà, e ci catapultano in un mondo dove, straniti, impariamo oggi qual era la Civiltà di un tempo lontanissimo che lei identificava con il Neolitico europeo. Una Civiltà lontana da noi contemporanei “civilizzati” – ma non solo per i millenni che ci separano – da lei chiamato la civiltà della Dea.
In questa civiltà la dea nei suoi vari aspetti e con i tre colori simboli della ciclicità, bianco – rosso – nero, scandisce il ciclo della vita, morte e rigenerazione: dea uccello, dea pesce, dea orsa, dea cerva, dea serpente, dea civetta, dea porcospino, dea partoriente, dea dal busto rigido. E al suo fianco partner, consorti, fratelli che, come ci spiega Gimbutas, non rappresentano la forza che dà la vita o la paternità, che era sconosciuta nella preistoria, ma “il potere sessuale e fisico maschile, ritenuto capace di potenziare magicamente i poteri rigenerativi femminili” (La civiltà della dea, vol.II, p.8).

“Nel Quinto millennio a.C. e al principio del Quarto […] gli antichi europei vantavano città con notevoli concentrazioni demografiche, templi alti diversi piani, una scrittura sacra, case spaziose di quattro o cinque stanze, ceramisti professionali, tessitori, metallurgisti specializzati nella lavorazione dell’oro e del rame e artigiani che producevano un’ampia gamma di beni sofisticati. Esisteva una rete fiorente di vie commerciali su cui transitavano merci come ossidiana, conchiglie, marmo, rame e sale” (La civiltà della dea, vol. I p.8).
Tra i principi su cu si fonda questa civiltà, vi sono la capacità artistica che incoraggia a sua volta i progressi estetici, etici e la libertà dell’individuo che insieme agli altri crea una comunità libera basata sull’ equilibrio tra i sessi.

Per le generazioni a lei successive, il lavoro di Marija Gimbutas è un’eredità importante. Con lei possiamo rimettere ordine ai nostri ricordi ancestrali, ritrovare radici sepolte molto tempo fa, dare valore a memorie che spesso ritroviamo ridestarsi inspiegabilmente dentro di noi.
La civiltà della Dea fornisce un esempio di “Civiltà”, una speranzosa possibilità per sanare brutture e disastri messe in opera nei millenni successivi, nei quali siamo passati da una ‘presunta’ preistoria, incolta, incivile, e non evoluta, ad una civiltà che nel suo operato si mostra spesso come incivile.
La civiltà della Dea di Marija Gimbutas è un esempio di mondo possibile, che seppure esistito in un passato remoto, può ancora ispirarci nei suoi valori principali.

Il lavoro di Marija Gimbutas appare simile a quello della Donna Ragno nella mitologia dei nativi d’America (L.Percovich, Colei che dà la vita, colei che dà la forma, Venexia, 2009). Dopo aver delimitato lo spazio, da est ad ovest e da nord a sud, con un filo della sua ragnatela e aver creato dal suo canto le figlie Ut Set e Naut Set, insieme ad esse la Donna Ragno creò tutte le cose viventi: il sole, la luna e le stelle ed infine le donne e gli uomini. Sull’apertura della sommità del capo degli esseri umani, la Donna Ragno pose un filo di saggezza creativa legata a lei da un filo della sua ragnatela; gli esseri disposti a tenere la sommità del capo aperta, possono rimanere legati alla sua saggezza. Nello stesso modo gli studi di Marija Gimbutas invitano a ricucire le fila con le civiltà del passato per tentare di rielaborare un presente nel quale si ritorni ad onorare ogni forma di vita e tutto quello che la Dea ha creato.

Trilogia Shakti-Matrika-Shekara

coreografia e danza di Luisa Spagna

musiche di Paolo Pacciolla

progetto video dell’artista Elio Scarciglia per l’esposizione “Donne”

 

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